Deni Bianco

Maestri Cartapestai: Deni Bianco

Barattoli di vernice accatastati qua e là, pennelli, pile di quotidiani, pareti tappezzate con ritagli di giornale, chiavi inglesi, metri e scale. Nell’aria un forte odore di colla. Su un piano da lavoro, il bozzetto del carro in corso d’opera: Selfie della Gleba.

“Magari lo potessi fare anch’io…”
Inizia così la storia di Deni Bianco, uno dei più giovani e premiati maestri cartapestai del Carnevale di Putignano. La storia degli occhi incantati di un bambino dalla spiccata vocazione artistica che, col tempo, si trasformano nello sguardo profondo e riflessivo di un giovane uomo dalla profonda coscienza sociale, votato all’arte della cartapesta.
Ad affascinare il piccolo Deni sono i carri, le allegorie ma, soprattutto, la meccanica dei movimenti. Osserva, studia, spia dalle fessure, si perde in quei piccoli mondi paralleli fatti di carta e colla: “il Carnevale è una fede” che a 12 anni lo porta ad affiancarsi ad un maestro cartapestaio e a fare il suo ingresso nel magico mondo dei giganti di cartapesta. Dal giorno in cui “mi chiese di aiutarlo a strappare dei giornali” sono trascorsi 30 anni.

Maestro cartapestaio di professione, Deni Bianco dirige da 11 anni il gruppo cArteInRegola: 11 anni riassunti da 8 vittorie, 2 secondi e un terzo posto, quello del 2006, con il carro “Comme si bello a cavallo a stu cammello”, il primo realizzato dal gruppo in appena 2 mesi e 20 giorni di lavoro in un capannone, ai tempi, completamente vuoto.
Una vita dedicata alla creazione di scenografie in cartapesta e alla realizzazione del carro per il Carnevale di Putignano, un intenso percorso della durata di circa 4 mesi.

“Noi maestri cartapestai abbiamo una grande opportunità che non va assolutamente sprecata, quella di far riflettere il pubblico con la nostra arte. L’idea del carro nasce da dentro ed è sempre qualcosa di cui sento il bisogno di parlare.”

E, difatti, i carri realizzati da Deni ripercorrono gli ultimi decenni della storia d’Italia, affrontando con tono ironico e carnevalesco temi dal forte impatto sociale: dal precariato all’Ilva, dalla fuga di cervelli alle navi dei veleni.

I Maestri Cartapestai del Carnevale di Putignano - Deni Bianco

Nel 2007, con “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro… precario”, Deni rappresenta nelle vesti di uno spaventapasseri i giovani lavoratori dell’era co.co.co, non più soggetti attivi ma semplici oggetti aggrediti dai corvi neri del mercato del lavoro.

Nel 2010 con “20000 Beghe sotto i mari” i riflettori si spostano sulle navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi affondate nel Mediterraneo: una tematica complessa, legata al doppio filo della miseria umana e dell’omertà, nel carro rappresentata dai tre marinai “non vedo, non sento, non parlo”.

“The show must go on” è una storia di avarizia, che racconta tra fumi e fiammate, in un inferno tutto terreno, quanto possono essere brutali i vizi dell’uomo: Deni porta in scena il dramma dell’Ilva, una questione di primo piano strettamente legata al territorio.

Una grande soddisfazione scalda gli animi nel 2014 con “Falstaff. Ride ben chi ride la risata final”: il carro arriva secondo, non riuscendo a conquistare il gradino più alto del podio, ma diventando nientepopodimeno che francobollo della Repubblica Italiana.

“Non tutti i Gulliver vengono per nuocere” vince l’ultima edizione del Carnevale di Putignano (2016), affrontando il tema della diversità relegata ai margini.

Un breve excursus dei suoi lavori, da sempre premiati dal pubblico per la profondità dei temi trattati e la spettacolarità dei carri.

 

“Assolutamente affascinante dal punto di vista culturale, artistico e storico, è la costruzione dei carri. I nostri hangar sono aperti ai ragazzi dalle spiccate doti creative, importanti contenitori in cui vengono elaborate una serie di importanti dinamiche sociali che li aiuteranno a crescere. Una realtà che andrebbe promossa e valorizzata, per rendere appieno le mille sfaccettature del Carnevale di Putignano. Al’interno dei nostri capannoni c’è davvero un mondo che meraviglia.”

 

Ed è proprio così: una passione che diventa lavoro, un mondo che racconta passato e presente, che tramanda, che forgia i maestri cartapestai del futuro, che arricchisce e crea legami. Un mondo che meraviglia.

Carro allegorico 2017: Selfie della gleba

Associazione cArteinregola

Viviamo nell’epoca degli smartphone, nell’era del web e dei social network che stanno cambiando le abitudini di tutta l’umanità, tanto radicalmente da sconvolgere gli equilibri culturali, sociali ed antropologici, le relazioni nelle vite personali e comunitarie. In tutto il pianeta, e nelle medesime modalità, si osservano persone intente a guardare gli smartphone che, stregate dagli schermi luminosi, non si rendono conto di quello che accade attorno.

 

Ma da cosa è ipnotizzata l’umanità intera? Un universo virtuale e parallelo sempre pronto ad accarezzare l’ego, un mondo irresistibile in cui apparire continuamente, mettendoci in mostra e rendendoci inconsapevolmente mostri, un vortice che risucchia e incatena riducendoci in servi o meglio -per giocare con un neologismo- in ‘selfie della gleba’ di coloro che a livello planetario gestiscono il business delle nuove tendenze.

 

Uno smartphone ha reso anonimo l’essere umano che lo utilizza, omologandolo a comportamenti di massa, concedendogli l’unica libertà di scorrere le dita sul suo display e ingabbiandolo nella sua solitudine umana. Alle sue spalle, un uomo con espressione inebetita è intento a farsi selfie inconsapevole del suo stato di servitù; intorno a lui due creature mostruose cercano di sedurlo con ammalianti nuove proposte media-social-tecnologiche.  Esemplari di pecorelle ipnotizzate dai loro cellulari sono quello che resta di una involuzione della razza umana riassunta nell’infinita galleria di selfie raffiguranti mostri di ogni tipo.

Dimensioni e movimenti

Un grande pupo che rappresenta un servo della gleba intento a farsi dei selfie: altezza 8 m – ruota l’intero corpo e la testa, muove le braccia e gli occhi.

Due creature mostruose che rappresentano la pubblicità, le mode, e cercano di indurre gli umani alle nuove tendenze media-social-tecnologiche vendendo nuovi smartphone e contatti telefonici: altezza 4 m – ruotano, piegano il corpo, muovono la testa.

Gabbia con uomo all’interno – che utilizza un cellulare, a significare che le nuove tecnologie stanno degenerando la razza umana omologandola a comportamenti di massa – che indica ila riduzione delle attività e l’isolamento sociale dell’uomo stesso: altezza 7 m – rotazione della gabbia, movimento della testa e del braccio dell’uomo.

Pecore, che rappresentano l’involuzione della razza umana sempre più dedita a comportamenti di massa: altezza 1,5 m – si muovono in modo ondulatorio.

Dimensioni totali: altezza 16 m.